Diciottomila segnalazioni in un anno, un terzo delle quali fuori dall’ospedale. La violenza verso gli operatori è ancora trattata come un problema di sicurezza sul lavoro, quando è a tutti gli effetti un problema di rischio clinico. E, come ogni rischio clinico, si può misurare prima che accada.
Il numero che nessuno legge nel modo giusto
Nel 2025 l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie ha raccolto quasi diciottomila segnalazioni di aggressione. Gli episodi sono leggermente diminuiti rispetto all’anno precedente, ma gli operatori coinvolti sono aumentati: da circa ventiduemila a oltre ventitremila. Nella maggior parte delle Regioni più del sessanta per cento delle vittime sono donne. La categoria più esposta è quella infermieristica, con oltre la metà degli episodi, seguita da medici e operatori socio-sanitari. Gli aggressori sono in prima battuta i pazienti, poi i familiari e i caregiver.
La tentazione, davanti a numeri simili, è leggerli come una fotografia dell’epidemia. È un errore metodologico, e lo dice lo stesso Ministero: si tratta di segnalazioni volontarie, e un numero più alto non significa necessariamente più violenza. Può significare, semplicemente, che qualcuno ha iniziato a segnalare.
Chi lavora sul rischio clinico riconosce immediatamente questo schema. È lo stesso dell’incident reporting: le organizzazioni che segnalano molto non sono le più pericolose, sono le più mature. Il vero campanello d’allarme, per una direzione, non è un registro pieno. È un registro vuoto.
Il dato che riguarda direttamente le strutture residenziali
C’è un numero, negli approfondimenti statistici INAIL, che raramente arriva ai tavoli delle direzioni delle strutture per anziani. Delle aggressioni accertate ai danni del personale, circa il trentasette per cento si verifica nell’assistenza sanitaria in senso stretto — ospedali, case di cura, cliniche — ma un altro trentatré per cento avviene nei servizi di assistenza sociale residenziale: case di riposo, strutture di assistenza infermieristica, centri di accoglienza. Il restante trenta per cento nell’assistenza sociale non residenziale.
Detto altrimenti: due terzi del fenomeno accade fuori dall’ospedale, in contesti che quasi sempre hanno una governance del rischio molto meno strutturata e che spesso non si percepiscono nemmeno come luoghi “a rischio violenza”.
La differenza rispetto al pronto soccorso è sostanziale, e va detta con chiarezza. In una residenza per anziani l’aggressione ha raramente il volto dell’utente arrabbiato per l’attesa. Ha molto più spesso il volto di una persona con demenza durante l’igiene del mattino, di un familiare che scarica sull’operatore la propria colpa per l’istituzionalizzazione, di un ospite con delirium notturno. È violenza a tutti gli effetti, produce infortuni veri, ma viene normalizzata come parte del lavoro: “è la malattia che parla”. Questa normalizzazione è la ragione principale per cui non viene segnalata, e quindi per cui non viene prevenuta.
Perché è rischio clinico e non solo sicurezza sul lavoro
Nel nostro ordinamento la violenza contro l’operatore vive contemporaneamente in due mondi.
Da un lato è un rischio professionale ai sensi del D.Lgs. 81/2008, e come tale deve entrare nella valutazione dei rischi. Dall’altro è un evento sentinella nel sistema di monitoraggio del Ministero della Salute, quindi materia di gestione del rischio clinico, con obbligo di analisi delle cause e di azioni correttive.
Questa doppia cittadinanza è quasi sempre gestita male: il primo mondo è del datore di lavoro e del RSPP, il secondo del risk manager e della direzione sanitaria. Nelle strutture di medie dimensioni, dove queste funzioni sono poche persone o una sola, il risultato è che il fenomeno cade nella zona d’ombra tra due procedure, e nessuna delle due lo governa davvero.
C’è poi una ragione più profonda, e più scomoda, per cui questo è rischio clinico nel senso pieno del termine: un operatore aggredito assiste peggio. Non per demerito, ma per meccanica cognitiva. Dopo un episodio di violenza aumentano la vigilanza difensiva, l’evitamento del contatto con quel residente, l’ansia anticipatoria nei turni successivi. Si accorciano i tempi di relazione, si irrigidiscono le procedure, si perde la capacità di cogliere i segnali deboli di peggioramento clinico. E, sul medio periodo, aumentano assenteismo e turnover: la struttura perde proprio le persone che conoscevano gli ospiti meglio di chiunque altro.
L’aggressione, in altre parole, non produce un solo danno. Ne produce due: quello immediato all’operatore e quello differito, silenzioso e molto più costoso, alla qualità dell’assistenza di tutti gli altri residenti.
Cosa cambia con la Raccomandazione n. 8
Il quadro normativo si è consolidato per stratificazione. La Legge 113/2020 ha introdotto tutele specifiche e istituito l’Osservatorio nazionale. Il D.L. 34/2023, convertito in legge, ha inasprito il regime sanzionatorio intervenendo sull’art. 583-quater del Codice penale, con reclusione da due a cinque anni per le lesioni personali ai danni di operatori sanitari; a questo si è aggiunto l’arresto in flagranza differita.
Ma per chi dirige una struttura la novità più operativa è l’aggiornamento della Raccomandazione ministeriale n. 8, che sostituisce la versione del 2007 e chiede alle organizzazioni un salto di qualità su tre fronti.
Il perimetro si allarga. La Raccomandazione riguarda esplicitamente l’ambito sanitario e socio-sanitario, il pubblico e il privato, e include tutti i lavoratori che operano nei contesti di cura, comprese le attività ausiliarie e di supporto. Non è più un documento pensato per il pronto soccorso.
La valutazione diventa specifica. Non basta una riga nel DVR generale: si chiede di identificare i fattori di rischio per la sicurezza del personale attraverso una valutazione dedicata, analizzando ambienti, momenti e situazioni relazionali in cui il rischio si concentra.
La presa in carico dell’operatore diventa un obbligo organizzativo. Il documento indica misure precise: supporto psicologico all’operatore aggredito, accompagnamento nella denuncia, valutazione della costituzione di parte civile da parte dell’azienda nei procedimenti penali, possibilità di domiciliazione presso la struttura in caso di denuncia. Il principio è dichiarato senza ambiguità: la violenza contro il dipendente va considerata violenza contro l’organizzazione.
E c’è un punto che vale la pena leggere due volte: le strutture che scelgono di non adottare la Raccomandazione devono predisporre una procedura alternativa equivalente e renderla pubblica sul proprio sito. Non esiste, di fatto, l’opzione di non fare nulla. Esiste solo l’opzione di dichiarare pubblicamente come si è deciso di farlo.
L'escalation ha una grammatica
Il passaggio culturale più importante, per una direzione, è smettere di pensare all’aggressione come a un evento improvviso.
Non lo è quasi mai. La violenza fisica è l’ultimo gradino di una scala che nella grande maggioranza dei casi comincia molto prima: cambiamento del tono di voce, invasione dello spazio prossemico, irrequietezza motoria, rifiuto ripetuto delle cure, minaccia verbale. La letteratura internazionale ha prodotto da tempo strumenti strutturati per osservare questi precursori e trasformarli in un punteggio: la stessa bibliografia della Raccomandazione richiama scale come la Broset Violence Checklist e la DASA-IV, nate proprio per prevedere il rischio di comportamento aggressivo nelle ore successive.
Il punto non è adottare una scala piuttosto che un’altra. Il punto è che se un fenomeno ha precursori osservabili, allora è misurabile prima di accadere — e se è misurabile prima, allora appartiene di diritto agli strumenti prospettici del rischio clinico, accanto alla FMEA/FMECA. Non alla cronaca.
È qui che la maggior parte delle organizzazioni si ferma: raccoglie gli eventi dopo, non valuta le condizioni prima.
Cinque mosse che una direzione può decidere questo mese
- Mappare i punti caldi. Non le aggressioni in generale: dove, quando, in quale attività. Igiene del mattino, somministrazione della terapia, ore notturne, primo colloquio con i familiari. La geografia del rischio in una residenza è sorprendentemente stabile e sorprendentemente poco studiata.
- Aprire un canale di segnalazione che comprenda le aggressioni verbali. Sono il settanta per cento circa del fenomeno e sono il miglior indicatore anticipatore che esista. Se il modulo di segnalazione le esclude, l’organizzazione è cieca sul novanta per cento della curva.
- Garantire la non punitività, e dimostrarla. Nessun operatore segnala un’aggressione se teme che venga letta come una sua incapacità relazionale. La cultura giusta non si annuncia in una circolare: si dimostra con il primo caso gestito bene, e si diffonde da sola.
- Formare sull’escalation, non solo sulla normativa. Sapere che l’aggressore rischia da due a cinque anni non aiuta l’operatore alle sette del mattino in una stanza. Aiuta saper riconoscere i segnali precoci, gestire la distanza, condurre una de-escalation verbale, sapere quando uscire dalla stanza e chiamare.
- Definire in anticipo cosa succede dopo. Chi prende in carico l’operatore nelle prime ventiquattro ore, chi lo accompagna nella denuncia, chi ne rivede il carico assistenziale nei giorni seguenti, come la struttura si posiziona pubblicamente. Deciderlo a freddo costa un’ora di riunione; deciderlo a caldo costa un professionista.
La domanda che vale il documento
Alla fine, per una direzione, tutto si riduce a una domanda molto semplice e piuttosto scomoda: quante aggressioni verbali sono state segnalate nella mia struttura negli ultimi dodici mesi?
Se la risposta è “poche” o “nessuna”, il problema non è che non accadono. Il problema è che accadono e l’organizzazione non lo sa. E un rischio che l’organizzazione non vede non può essere gestito, non può essere ridotto e, il giorno in cui diventa un evento sentinella o un contenzioso, non può nemmeno essere difeso.
Misurare la violenza non è un adempimento. È il modo in cui un’organizzazione dimostra, a sé stessa prima che a un ente di controllo, di essere ancora capace di vedere ciò che accade al suo interno.
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Fonti
- Ministero della Salute, Violenza contro i sanitari: 18mila aggressioni nel 2025 — Relazione annuale ONSEPS, marzo 2026
- Ministero della Salute, Raccomandazione n. 8 per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori in ambito sanitario e socio-sanitario
- INAIL, Consulenza statistico attuariale — dati su infortuni da aggressione nel comparto sanità e assistenza sociale
- Legge 14 agosto 2020, n. 113; D.L. 30 marzo 2023, n. 34 conv. in L. 26 maggio 2023, n. 56; art. 583-quater c.p.
- D.Lgs. 81/2008; Ministero della Salute, Protocollo per il monitoraggio degli eventi sentinella
